Carloforte

31 Gennaio 2013
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La prima volta che sono andata a Carloforte avevo undici anni.

Ricordo il traghetto con la piscina vuota, e minuscole mattonelle da piscina che erano venute via dal bordo, blu, le ho conservate per anni nella mia piccola collezione di pietre e vetri da spiaggia, quelli levigati dalle onde, che per ore cercavo d’estate sulla battigia.

Ricordo le scolopendre, brutte, urticanti, mi terrorizzavano. Erano ovunque.

Il mare di scoglio, freddissimo, morbido splendore di vetro fuso.

Le pinne, non nuotavo senza. Non le toglievo neppure per arrampicarmi sugli scogli, quando volevo tuffarmi nella piscina naturale della “Conca”.

I pomodorini di mare, chiusi in quella stagione. Attinie, spiegava mia zia, insegnante di scienze naturali. Si sarebbero aperte, a fiore. Sarebbero state urticanti. Meglio non toccarle, anche chiuse.

I ricci, attenti a dove mettete i piedi quando entrate e uscite dall’acqua. Io con le mie pinne non li temevo, i ricci.

Le grotte di mezzaluna non le ricordo, solo il nome risuona di quieta nostalgia, quella delle cose dimenticate.

A volte nel sole chiudevo un occhio, per vedere meglio. Forse era già la miopia che faceva capolino, me ne stavo a lungo con un occhio aperto e uno chiuso, come una gru nel lago. A mia zia che mi chiedeva perché lo facessi, rispondevo che “stavo più comoda”.

La focaccia!! Quella la ricordo bene. Nella mia irriducibile inappetenza era l’unica pietanza che mi incuriosisse. Di più, era entusiasmo! Una volta sugli scogli portammo addirittura le paste, a Calafico. Mio fratello distratto ci camminò sopra. Forse riuscimmo ugualmente a mangiarle, non ricordo più.

Calafico è il posto che ricordo con più nostalgia, non so perché. Questa lingua di mare che si faceva strada fra la terra e gli scogli, il mare aperto in lontananza, l’aspetto selvaggio di tutto il luogo. Non c’era la strada asfaltata, allora, si arrivava giù per un sentiero tutto polvere e pietre. Andavamo con la macchina di mia zia, la vecchissima Opel dal muso lungo, si saltava sulle buche come in un rodeo, noi bambini tutti stipati dietro. Mia cugina Michela, innamorata di Miguel Bosè, mi insegnava a cantare “nella pace del mattino ti amerò, con follia ed equilibrio, ti amerò”.

Sono stata altre volte a Carloforte, dopo. Di ogni vacanza ho ritenuto qualche ricordo, il labbro spaccato di mio cugino Angelo, le sere passate con mia madre e mia zia a studiare la volta celeste con tanto di mappa, ora di notte so trovare la corona boreale, non è poco; l’amicizia con un’oloturia, nel mare della tonnara, l’emozione di vedere Frey Faust danzare.

Pochi ricordi sparsi. Qualcuno, persino, delle prossime volte che andrò.